Storia di un socialista

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Le vicende degli uomini e di intere fasi di esistenze debbono essere ricordate, anche col semplice fine di recepire una porzione del vissuto precedente. Questo non banalmente per non ripetere gli errori del passato. Questa chimerica speranza non ha mai trovato riscontro. Le persone sbagliano e continuano a fare gli stessi errori. E’ inevitabile.

Il proposito è semplicemente di capire se stessi, chi siamo, da dove veniamo e non consentire siano raccontate versioni di comodo, utili a gestire l’esistente.

La storia di un sindaco socialista serve a caratterizzare lo spaccato di un’epoca della nostra Storia dove prevale quella “maledetta illusione riformista” della gestione del mondo reale in luogo del sogno di un mondo lontano da realizzare. In quegli anni Ottanta esistevano due mondi contrapposti. C’erano gli Stati Uniti e c’era l’Unione Sovietica. C’era la Democrazia Cristiana che da vera balena bianca assorbiva le tensioni nostrane per determinare una chiave direttiva del paese basata sul consociativismo: mettere tutti attorno a un tavolo, anche con posizioni divergenti, e trovare un accordo, anche utilizzando altri piani di intesa. C’erano coloro che guardavano a quel che fu non riconoscendo l’attuale come mondo condiviso. C’era chi credeva nell’illusione laicista di uno Stato e una sfera decisionale del tutto scevra da consorterie e appartenenze rigide.

In questo stato di cose la narrazione di una città ancora non città, Guidonia Montecelio, di un esponente rampante e in crescita, Giovanni Battista Lombardozzi, rende il senso di una storia nazionale, di cui siamo profondamente orfani, qualcosa di più accessibile.

L’assimilazione tra Guidonia Montecelio e il resto del paese è specificamente fortunata per due ordini di motivi, spesso ricordati proprio da Lombardozzi. Su Guidonia si erano concentrati italiani provenienti da ogni parte del paese arrivati per trovare una nuova destinazione esistenziale a ridosso della Capitale. La dimostrazione palpabile era quella per cui le percentuali politiche di Guidonia corrispondevano sempre, e in anticipo, a quelle nazionali. Secondo Lombardozzi anche nei piani alti quando volevano avere una proiezione di previsione sull’andamento del paese guardavano le percentuali recentemente raggiunte a Guidonia. Queste davano sempre uno specchio del resto del paese. Non sappiamo se fosse realmente così. Ma il gioco funzionava molto spesso.

In quei fatidici anni Ottanta la tendenza fondamentale del nostro tempo aveva abbandonato l’utopia della contestazione con la deriva terroristica. IL monocolore imperfetto di per sé non poteva durare a lungo con la regola della “non sfiducia”. Nuovi soggetti salivano alla ribalta e la capacità di stare nei tempi doveva avere un riconoscimento anche più forte della percentuale dei voti effettivamente raggiunta.

A Guidonia il soggetto socialista pose i termini per un governo della cosa pubblica che fosse di cogestione ma soprattutto volto a imprimere una grande spinta nell’ascesa in termini urbanistici o anche strettamente edilizi. C’era stato un astro nascente del mondo socialista cresciuto politicamente tra i Social democratici. Era il Senatore Antonio Muratore. Salito sugli scranni più alti della cosa pubblica si affacciava colui a cui i tratti dell’araldo andavano stretti dall’inizio: Giovanni Battista Lombardozzi.

Funzionario Iacp, andava forte di un’occupazione certa. Il resto del suo tempo era dedicato alla politica attiva. Ascoltare, recepire, creare una sintesi, captare fiducia e credibilità tra la gente. E andare avanti nel percorso di crescita, suo e della sua città. E lui pensava che in fondo fossero la stessa cosa.

La storia di Giambattista Lombardozzi comincia qui.

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