“Occuperemo la Striscia di Gaza. La decisione è stata presa”. Channel 12 ha diramato questo comunicato pronunciato dal funzionario dell’ufficio del primo ministro Netanyahu e ne informa l’Ansa. E poi la spiegazione. Le parole non sono state lesinate in termini di netto convincimento. “Hamas non rilascerà altri ostaggi senza una resa totale, e noi non ci arrenderemo. Più il nodo strategico che vuole dare l’estrema sintesi di quanto è successo dal famoso 7 ottobre. “Se non agiamo ora, gli ostaggi moriranno di fame e Gaza resterà sotto il controllo di Hamas”.
Il ragionamento sempre concluso e le conseguenze si presentano alla sconcertante evidenza del mondo. Solo che implicano un’autocritica a quanto fatto finora. Evidentemente i continui attacchi e l’assedio perdurato non sono serviti. Evidentemente ogni azione, anche forte, consapevolmente cruenta e unilaterale, sono serviti a poco se si voleva effettivamente il rilascio dei prigionieri di Hamas.
Giova sempre ricordare che quei prigionieri altro non sono che dei ragazzi che andavano a divertirsi in una festa, non davvero dei pericolosi guerrieri. Che l’intento ricattatorio di Hamas ha un esclusivo valore di ricatto gravante sulla coscienza della gente di Israele.
L’esercito di Israele non dovrebbe avere problemi a fare piazza pulita dei territori occupati o quelli tenuti sotto presidio militare episodico, trasformando così in sistematico quello che in un decennio è consistito in un vero e proprio assedio.
Ma è questo un modo per il governo di Netanyahu di sgombrare dalle opposizioni interne che si fanno sentire in questi ultimi tempi? Creare un nuovo obiettivo, quello finale, per consegnare la definizione di un sogno agli israeliani e insieme la definizione completa dell’attuale conflitto e dello stato perdurato di ostilità verso la propria gente.
Ma Netanyahu è davvero sicuro che anche stavolta tutto il mondo stia fermo a guardare? Ostacoli molto pesanti a questo progetto potrebbero formarsi con origini non esattamente locali. Il problema Israele si porrebbe come oggetto di un contenzioso internazionale senza precedenti.
Come può un governo vacillante avente bisogno della guerra come sistema di creazione del silenzio attorno continuare a riuscire nel proposito di trovare continuità alla sua azione?
Il problema è che dal punto di vista del governo in carica di Israele non ci sono strade per uscire dall’impasse creato dall’apertura di una guerra impropria come quella che si fa con un partito terrorista avente come scudo umano la popolazione inerme. La decisione pare quella di continuare per le estreme conseguenze ma in questi casi l’estremità dell’orientamento prescelto finisce ad essere il contrario di quello effettivamente voluto. Mai la situazione ha toccato livelli di gravità così preoccupanti.

