“Tutti coloro che si preoccupano per i palestinesi e dicono di volerli aiutare dovrebbero aprire loro le porte”. Lo ha detto Netanyahu e da questa dichiarazione si dà per buona la tesi per cui sia iniziata l’operazione che potremmo definire: grande esodo. Cioè la diversa collocazione della popolazione che attualmente vive nella Striscia di Gaza per altre nuove collocazioni permanenti. Sempre Netanyahu non ha fatto mistero di ritenere questa prospettiva quella più consigliabile. E ha detto: “servono paesi ospitanti. Stiamo parlando con diversi paesi, non entrerò nei dettagli qui”.
Quindi pare proprio che questa grande epurazione di massa di un’intera popolazione verso altro riferimento esistenziale sia un progetto ben aperto. Difficile o almeno contraddittoria però la dimostrazione di una sua esplicita effettuazione.
Channel 12 riportato dall’Ansa asserisce che sussistano paesi come Indonesia, Somaliland, Uganda, Sud Sudan e Libia sui quali si sta lavorando con il fine della ricollocazione. C’è anche un’ammissione da parte di una fonte diplomatica: “alcuni Paesi stanno mostrando maggiore apertura rispetto al passato nell’accettare l’immigrazione volontaria dalla Striscia di Gaza”. Sempre la stessa fonte cita esplicitamente Indonesia e Somaliland. Ma è ancora un campo di lavoro, un’ipotesi sulla quale si stanno effettuando verifiche, non una pratica attuata da divulgare come accreditata.
Anche secondo Associated Press Israele sarebbe in procinto di trovare inserimento a cittadini di Gaza in Sud Sudan. Ma è anche vero che il governo di quel paese ha smentito. Diversamente un paese come il Somaliland in cambio del riconoscimento di Israele da paese separatista della Somalia potrebbe essere disposto a lavorare su questa ipotesi.
Nel frattempo un dato che è certo consiste nell’intensificare le operazioni bellicistiche da parte di Israele. Secondo Hamas ci sono stati duecentotrenta cinque nuovi morti per inedia e tra questi centosei bambini. L’emergenza della catastrofe umanitaria assume livelli di allarme sempre maggiore.
Israele vuole riportare a casa gli ultimi quarantanove ostaggi di cui solo una ventina pare siano ancora vivi.
Netanyahu vuole la liberazione di tutti gli ostaggi insieme e rifiuta la trattativa di piccole liberazioni. Vuole tornino tutti a casa quelli che ci sono, vivi o morti.
Una mediazione tentata da Egitto, Qatar e Turchia propone il rilascio di tutti i rapiti e la cessazione delle ostilità con la smilitarizzazione di Gaza. Condizione è quella di tenere Hamas fuori dalla Striscia.
Ed è qui che nel merito della trattativa probabilmente si cerca la nuova collocazione di tanti diseredati da una realtà oramai divenuta impossibile da vivere per consentire invece di far prender quota a quella che appariva come un’ipotesi di fantasia: la funzionalizzazione al profitto e alla speculazione di un guerra fratricida condotta per motivi apparentemente ritorsivi. Solo apparentemente.

