Ma che vuole Putin?

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Ha chiesto esplicitamente il ritiro da Donetsk e Lugansk. Solo così si ripristina una condizione ante quem su quella parte del fronte. Ma richiesta più forte, pesante, incredibile e imprevista consiste nel ripristinare la lingua russa come idioma ufficiale, come sistema di comunicazione ordinario.

Non pretende solo il riconoscimento di una vittoria militare ma anche l’essere insignito come cultura e paese guida. Almeno nell’area che ritiene di sua appartenenza e che vuole strenuamente difendere dalle infiltrazioni di un Occidente chimerico e fallace.

Si evidenzia, come oramai da prassi, l’insipienza dell’Europa che si percepiva come faro del mondo. I suoi leader non hanno ancora capito la posta in gioco. Non si capisce bene se ci sono o ci fanno. Fatto sta che mostrano di essere del tutto “fuori fuoco” quando il commento ufficiale è quello tramandato dalle agenzie accreditate. Secondo questo sentiment diffuso in Europa si apprende “con favore gli sforzi del presidente Trump per fermare le uccisioni in Ucraina, porre fine alla guerra di aggressione della Russia e raggiungere una pace giusta e duratura”.

Non hanno capito che il problema qui è Putin, non Trump. Sono loro incapaci di interloquire in alcun modo. Solo di spedire armi e di imporre divieti che poi saranno aggirati dallo stesso Trump rendendo inutile la presa di posizione verso il mostro imperialista russo.

“Pòro Zelensky” che si sobbarca la guerra di resistenza e si divisa nel chiedere aiuto al mondo percepito come libero non ha voce e capitolo. E questo pare a tutti normale. I grandi si incontrano. L’Europa non c’è.

Solo il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha menzionato il povere presidente ucraino auspicando alla sua partecipazione ai negoziati. E anche Meloni: “solo l’Ucraina potrà trattare sulle condizioni e sui propri territori”.

Fonti diplomatiche del Presidente degli Stati Uniti invece lasciano trapelare il vero ambito di trattativa per cui l’Ucraina dovrebbe abbandonare del tutto l’idea di essere inserita nella Nato, pur avendo garantita al suo interno condizioni di sicurezza. Ma chi gliele garantisce? In quale modo? Qualsiasi modo che esula dalle promesse di indipendenza da parte di Putin sarebbero indigeste allo stesso Putin.

Lo scetticismo sulla riuscita di questo filone di trattativa emerge chiaramente nella dichiarazione di Hillary Clinton che sa di ironia bella e buona. Ha infatti detto che se riuscisse Trump sarebbe giusto insignirlo nel Nobel per la Pace. Visto che non riuscirà mai la sua perorazione appare del tutto ironica. E Trump gli risponde con altrettanta ironia: “Forse dovrò ricominciare a volerle bene”.

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