Il business immobiliare del secolo deve prendere corpo al più presto. Anche in piena stagione di ostilità. Non si può continuare ad aspettare. Quando altrimenti? Sono queste le domande retoriche della grande spinta immobiliarista che interessa l’area di Gaza e si pone come la fine delle ostilità. Ma per essere messa in piedi le ostilità debbono essere definite veramente. Nessuna rivendicazione ancora in piedi che tenga un oggetto del contendere. La popolazione di origine deve accettare di andarsene oppure accettare miti consigli: una sorta di servitù della gleba del terzo millennio. Fare questo è possibile se tutte le parti attualmente in conflitto sono invece d’accordo e possano convincersi dalla prospettiva del business immobiliare miliardario.
Ed è qui come personaggio della grande mediazione che interviene il consulente d’eccezione. Si chiama Tony Blair. Ebbe la ribalta negli anni Novanta di fine millennio scorso come campione del pragmatismo laburista temperato da pratiche liberali. Dopo l’esperienza di due mandati pieni da Premier anglosassone si è però fatto la fama di un semplice esecutore di stampo liberale ma avente il volto umano, in grado cioè di inserire elementi di riformismo e consociativismo.
Con lui tutti i soggetti della trattativa escono soddisfatti. Ed è per questo che dopo l’esperienza da premier il titolare dell’algoritmo in grado di trovare il bandolo della matassa in un tavolo di trattative complicato, sia di volta in volta consultato da qualche parte nel mondo.
Stavolta è il turno di The Donald che non ha mai negato la sua propensione alla balcanizzazione di questa area di guerra e di contese militare, spesso anche strumentali.
La convocazione alla alla Casa Bianca di mercoledì sera è avvenuta in modo assai discreto e conserva sempre un piano assai informale. Si ripropone l’alleanza di Abramo. Proprio quella che fu bloccata dalla strage del 7 ottobre 2023. Il Thin That blairiano ha il know howe su come si investe trovando soluzioni politiche. Perché a Gaza dovrebbe toppare?

