Al bar dello sport c’è ancora la Luisona

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Un genio non è semplicemente uno più bravo di altri che fanno il suo stesso mestiere – molto spesso si definisce nello specifico del campo artistico o scientifico-tecnico. Un genio è colui che inventa un genere in un contesto dove non c’è. Non esiste, non è dato.

Nel mondo di quella sinistra sempre arrabbiata, ma anche creativa e cretina tanto da costruire massimi sistemi, mancava totalmente l’umorismo. C’era sì la critica sociale effettuata attraverso forme di cabaret per così dire d’avanguardia. Gag e battute in cui non si prescindeva dalla critica feroce verso l’avversario di classe. E ben presto si cadeva nel ritrovarsi nemici, anche se fino a ieri si era stati vicini.

In questa congerie di antagonismi in un contenitore che nel tempo si sarebbe svuotato, mancava il momento della vera leggerezza. Apparve nel giornale meno leggero del panorama di informazione quotidiana: Il Manifesto.

Non so se fu Pintor o Rossanda, ma probabilmente anche Valentino Parlato, accolsero questi corsivi nuovi in cui i personaggi a volte presi dalla realtà ma per staccare poi totalmente prendevano voli pindarici unici. Era sufficiente dare un appiglio a Stefano Benni e da un dettaglio nasceva una vera e propria metafisica in grado di guardare tutto il quadro in modo totalmente diverso.

Erano tempi in cui, nell’ambito di quella sinistra extra Pci, dire “umorista” a qualcuno significava offenderlo. E nessuno osava definire Stefano Benni in quel modo, anche se, sono convinto, non se la sarebbe presa. Avrebbe semplicemente ignorato e la sua attenzione sarebbe andata su qualche dettaglio inaspettato.

Così come inaspettato fu il suo successo. Non si dice una cosa spropositata se si afferma che il pesantissimo Manifesto (per i contenuti) ma ultra leggero (per la fogliazione) aveva un grandissimo appeal proprio quando apparivano i suoi corsivi.

Chiaramente aveva bisogno di appigli reali. Partire dai soggetti della scena effettiva per poi inventarsi le trame più inverosimili che trascinavano il riso. Ma si trattava solo di un pre-testo. Il bisogno cioè di partire da nozioni chiare e distinte per poi mostrare il loro lato suggerito dalla sua “immaginazione produttiva”.

Ben presto il gioco poté riprodursi anche per altri contesti. L’importanti che fossero chiari i giochi di ruolo e le situazioni comportamentali da osservare con la sua attenzione tesa a rovesciare il grottesco del reale per dare tutta la follia del momento.

Appuntamento da non mancare nella sua letteratura è il Bar dello Sport, sul quale fu realizzato un film fortunato. Molto bella anche la ripresa molti anni dopo. Occasione in cui si mostra come i comportamenti tipici dello sportivo incallito ma legato alle immagini televisive e alla fede che gli consente di andare avanti siano solo modificate.

Ma era poi il contesto a rendere grande, epica, la sua prosa. Su tutti il senso del mito legato, da una parte alla prestazione dell’atleta eccezionale, dall’altra alla situazione in cui avvengono gli incontri sociali: il bar, il luogo di ritrovo coi suoi miti indiscutibili. Primo fra questi quella pasta che da anni sta sul bancone e che nessuno oserebbe mangiare, buttare o portar via. Oramai si tratta di un autentico moloch del loro sistema di vita. E’ la Luisona. Un dolce che nessuno mangerà mai.

Chi ha goduto dei tuoi scritti sempre leggeri e carichi di buon spirito letterario, serberà in sé questo grande insegnamento. Che la leggerezza consente di esistere e consiste nel guardar oltre, guardar attraverso.

Addio Stefano! Uno di noi.

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