Aveva ottantanove anni. A seguito di una malattia contratta durante il set di un film una delle più grande figure nella storia del cinema si consegna direttamente alla leggenda. Il carattere altisonante non si deve addurre alla fine che comunque è parsa a tutti improvvisa e neanche all’esaltazione dovuta in una celebrazione a caldo per la dipartita di una persona celebre.
Robert Redford ebbe invece il merito di essere un volto profondamente rappresentativo della sua epoca. E al di là della finzione data dalla rappresentazione di storie e di vicende, il personaggio assunse quei tratti che aveva impresso ai personaggi interpretati. Fino ad esserne lui stesso emblema.
Robert Redford era il volto del progressismo americano che guarda con ottimismo al futuro senza regalare determinazione e irriducibilità nelle scelte. Era il volto impresso ai suoi personaggi. Divenne per causa o per effetto il suo stesso volto.
Una faccia, quella positiva per eccellenza, che oramai da tempo è scomparsa nella nostra scena, in tutti i campi la si voglia trovare. Forse per questo uno come Robert Redford non poteva avere più cittadinanza in un mondo come questo.
Come fosse un campione dello sport le cronache di lui riporteranno sicuramente i due premi Oscar ottenuti nella sua carriera. Nell’81 come miglior regista per Gente comune. Titolo che fu contestatoe si provò per un attimo a mettere Redford all’indice per l’eccesso di democratismo colloquiale nel definire socialmente persone e situazioni. Il suo era semplicemente un richiamo alle cose che ci riguardano e fanno parte della nostra vita, senza voli in altre dimensioni fantasmagoriche. L’altro Oscar fu nel 2002, alla carriera. Memorabili anche se non arrivate le candidature come migliore attore per La stangata (1974). Ma anche Quiz Show come miglior regista e miglior film (1995). In Italia gli viene conferito il Leone d’Oro alla carriera (2017).
Ma se ben guardiamo sono sempre dei riconoscimenti dovuti alla figura e al personaggio. Mentre avrebbe meritato di più nell’attorialità e nell’affermazione di sé in alcuni specifici film.
Tra questi, su tutti, ci si permette di ricordare l’immenso I tre giorni del Condor di Sydney Pollack (1975) preso dal romanzo-capolavoro dove i giorni però erano sei. Ma sfondò nell’immaginazione di tutti con A piedi nudi nel parco (1967) di Gene Saks con Jane Fonda nel ruolo della sua compagna di vita.
Da proporre, trasmettere, rieditare nelle sale l’immenso Butch Cassidy di George Roy Hill (1969). E nonostante il pessimo titolo un altro film dai contenuti sociali dove l’elemento dello spettacolo e sufficientemente storiografico servono però a far riflettere lo spettatore: Corvo rosso non avrai il mio scalpo! Di Jeremiah Johnson per la regia sempre di Sydney Pollack (1972).
Memorabile e spesso riproposta Come eravamo regia sempre di Sydney Pollack (1973). E invece dedicato a un pezzo di Storia che sembra di fantasia ma ha riguardato vicende vere di quella seconda metà del Novecento. Storie che oggi appaiono incredibili: Tutti gli uomini del presidente (1976) regia di Alan J. Pakula.
Molti altri sarebbero i rimandi al grande interprete del suo tempo. La selezione proposta finalizzata esclusivamente Ad Usum Delphini per dare elementi a giovanissimi. Chi c’era non ne ha bisogno perché è cresciuto con lui e anche attraverso lui ha acquisito una sua coscienza civile.
Gli sia lieve la terra!

