Da una parte Donald Trump fa trapelare di essere a un passo dal raggiungimento della pace negoziata, dall’altra la Flottilla che si avvicina pare sempre più a rischio per le ritorsioni che potrebbe conoscere dall’esercito israeliano.
Prima di arrivare all’assurdo per cui la Flottilla potrebbe inquinare le trattative per il cessate il fuoco, c’è da chiedersi il motivo di tanta insistenza da parte dell’equipaggio delle imbarcazioni dirette a Gaza e il loro rifiuto di ogni mediazione.
Raggiunta una certa affermazione mediatica – anche se toccano l’interesse solo italiano perché giornali europei quasi non ne parlano – avrebbero toccato il loro obiettivo di portare al centro la questione degli aiuti umanitari e in contempo averli portati a parziale destinazione attraverso il vescovato. E invece il taglio del nastro vogliono farlo loro, come se fossimo in una competizione decisiva: noi o l’esercito israeliano.
Ma il confronto non ha termini e le commemorazioni post tragedia non danno conforto.
Lo stesso ministro della Difesa italiano avverte: “Gravi pericoli non gestibili”. Nel senso che se dovessero adottare misure forti, quelli dell’esercito israeliano, i nostri soldati non potranno aiutarli.
Debbono entrare in campo i paesi arabi che Trump avrà cercato di mobilitare per arrivare a questo accordo appena accennato. Si deve capire ora cosa ne pensa Hamas, se ha letto i ventuno punti segnati da Trump, se prevedono quindi di rilasciare gli ostaggi. Sono state contate per la Flotilla quarantasette imbarcazioni civili.
In un mondo che si mobilita per Gaza a Gaza ancora si muore di fame. Potrebbe essere l’amaro epilogo. Si rinnovano i bollettini sui decessi naturali che avvengono senza alcun uso di manu militari. C’è bisogno quindi che si svegli qualcuno e i paesi arabi potrebbero gestire un nuovo ruolo. Stavolta, pazzescamente, per uno scopo assurdamente umanitario. Sarebbe un ingresso tutt’altro che militare ma dell’umanesimo nelle loro sfere.

