Se n’è andato lo scopritore del DNA

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Presso l’ospizio di Long Island si è spento James Watson. Vincitore del premio Nobel per la medicina (1962), oltre che dell’emoji per l’invenzione della grafica della doppia elica, emblema della sua scoperta: il Dna – aveva novantasette anni.

La sua figura è contrassegnata dalla contraddizione per la grandezza dello studioso in relazione al risultato finale, la scoperta, e la risolutezza fino all’estrema ruvidezza del carattere che gli dettero non pochi problemi in un mondo dove impera il politically correct.

La scoperta del codice avente le nozioni del vivente non fu sufficiente per inserirlo in un recinto sacro del grande inventore o creatore. Appena venticinquenne iniziò a ricercare sulla struttura del Dna. Non era solo, ma questo apparve nei riconoscimenti e ciò fu un boomerang per lui nel riconoscimento generale e per la sua ri-conoscibilità.

Questo per dire che la pubblicazione della ricerca su Nature in cui svelava l’esistenza del Dna gli dette una rinomanza mondiale, nel mondo della scienza. Era il 1953. Ma subito dopo non mancarono le polemiche sul carattere ruvido della sua persona.

Fu accusato, infatti, di non riconoscere il valore collettivo delle sue ricerche non menzionando colleghi importanti nella riuscita dei lavori firmati da lui stesso. Parole al vetriolo che lo inchiodarono nella categoria di razzista e di maschilista, per le quali non riuscì ad emendarsi in ragione del suo genio.

Trasferito in una residenza per anziani, lì era stato trasferito dall’ospedale per un’infezione contratta. Ne ha trattato il New York Times.

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