Se n’è andato il teorico della ‘ multitudo ‘

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Ci ha lasciato il 7 novembre Paolo Virno. L’importanza di alcuni suoi scritti va in converso al silenzio in cui è stato relegato nel dibattito, anche perché il suo nome e cognome rimase impigliato nelle prese della lotta al terrorismo pagando personalmente un pegno non indifferente. Rimasto implicato nelle spire repressive del processo 7 aprile per cui insieme ad altri fautori della rivoluzione fu legato all’organizzazione delle Brigate Rosse. Gli arresti si verificarono nel ’79 e dalle accuse ne uscì con definitiva assoluzione solo nell’88. In mezzo di fu detenzione, arresti domiciliari, poi sentenze di assoluzione definite ultimativamente solo circa dieci anni dopo quei primi arresti.

Ma la sua storia non deve essere segnata solo nel senso di una repressione ingiustificata. La sua testimonianza sarà sicuramente ripresa nel dibattito in cui si vede un grande ammalato, oggi, e sussiste tutto nella crisi della democrazia.

In tal senso le sue elaborazioni vanno riprese e ripensate. Virno deve essere ricordato per la “Grammatica della moltitudine”. Si tratta innanzitutto si una contraddizione che avviene sia in chiave semantica che in chiave estetica sui concetti di popolo e di moltitudine.

Differenze che segnano tra loro anche un diverso spessore in termini di peso specifico da dare alle due valenze semantiche al punto di segnare un ruolo fondamentale e dirimente nella visione dello Stato come del vivere comune.

La questione in sé non è nuova. Fu oggetto di contrasti molto forti tra i grandi maestri del pensiero. I pilastri sono Spinoza e Hobbes. Secondo Spinoza la riflessione va centrata sull’individualità e la diversità tra persone che non può e non deve perdersi nell’osservare con attenzione l’attenzione delle persone come entità indistinta dall’essere, come “multitudo”. Si tratta di una visione sostanziale da preservare per non cadere nell’errore di guardare, come oggi spesso si fa, ad un’entità indistinta consistente nell’insieme di persone: “la gente”, il “popolo”, il “pensiero comune”, la “tendenza di tutti” … Considerare la ‘ multitudo ‘ ci porta così a tenere sempre presente l’imprescindibilità delle individualità nella composizione di un genere sociale determinato erroneamente come entità indistinta.

Hobbes invece, partendo da una visione simile, vede con preoccupazione questo insieme che non riesce a identificarsi in una grande unità per la quale si infirmerebbe la costruzione dell’idea di Stato come entità suprema e imprescindibile. Nell’impossibilità di derogare dalla necessità di una grande entità in grado di conservare quell’idea di autorità nella conduzione di uno Stato si deve per forza guardare a questa idea di Stato che conserva in un’idea chiara e distinta l’idea del popolo sottoposto.

Di qui la riflessione di Virno: “Dopo i secoli del ‘ popolo ‘ e quindi dello Stato (Stato-nazione, Stato centralizzato ecc.), torna infine a manifestarsi la polarità contrapposta, abrogata agli albori della modernità. La moltitudine come ultimo grido della teoria sociale, politica e filosofica? Forse”.

La sua idea è rimasta sospesa. Non sconfitta. Perché quella prima intuizione spinoziana continua a riaffiorare di tanto in tanto nella Storia. Gli sia lieve la terra.

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